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sabato 11 luglio 2020 | 06:15
 Nr.34 del 18/12/2006
 
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Avamposto 46



  



  


NATALE 2006: LETTERA APERTA AL FIGLIO DEL PADRE E DELLO SPIRITO SANTO


Caro amico, lo so che non sono la persona più indicata per scriverti una lettera. Mi capita (anche se raramente), di bestemmiare tuo Padre, ma credimi, è più un’invocazione al contrario che un’effettiva mancanza di rispetto.
Devi ammettere che il tuo Vecchio ci ha messo del suo per non farsi amare. Come quando ha scacciato i miei bis-bis-bis…nonni dal Paradiso per aver colto e morsicato una mela. Ti sembra possibile che in un frutto (della conoscenza dice Lui) si possano nascondere la Treccani o L’enciclopedia Britannica? Poi, furbescamente ha incolpato il serpente. Non si può creare l’Eden e metterci degli animali così pericolosi. Non si possono commettere errori così grossolani, e poi approfittarne per inventare la “classe operaia”.
Anche certe sue dichiarazioni (scusami l’ardire), sono un po’ confuse. Prima dice ai miei bis-bis-bis…nonni: “Guadagnerete il pane col sudore della vostra fronte” e poi “Non di solo pane vive l’uomo”. Se Adamo ha cercato di addentare il polpaccio destro di Eva, la colpa è solo sua. Fortuna che al mio bis-bis-bis…nonno, gli è arrivato il “satori”, l’illuminazione, ed ha pensato che anche se al Vecchio la donna non era riuscita granchè, era pur sempre la sola, e per far dispetto agli animali e alla flora tutta, ha pensato bene di giocare al dottore e all’infermiera. Dopo aver anestetizzato Eva con delle foglie di cannabis ben arrotolate, le ha fatto credere di essere l’unico uomo della sua vita. Da questo bel giochetto, che forse a te – rispettosamente – può ricordare Maria Maddalena, sortirono quei due bellimbusti di Caino e Abele. La Bibbia racconta strane storie su di loro, ma un mio amico (consolatore di vedove e anche di donne coniugate), finito all’Inferno ingiustamente, per aver accettato supplenze nella scuola dei mariti che non c’erano mai, mi ha rivelato, com’è veramente morto Abele. Pare che Abele fosse molto arrabbiato con tuo Padre, perché Lui gli aveva sì, regalato un televisore a colori da 24 pollici, ma sullo schermo si vedeva solo un incredibile Caos, e l’audio era un continuo Big-Bang. Perciò si era recato nella catapecchia di Caino convinto di trovarlo a fumarsi delle canne e poterlo così denunciare a tuo Padre l’Eterno, sperando di poter accedere a Sky in cambio della sua delazione. Caino, che si drogava solo di albe e tramonti, avendo intuito i cattivi pensieri del fratello, gli propose un patto. “Senti Abele” lo apostrofò, “lo so che questa è una triste commedia, che non possono riscrivere tutte le Bibbie a causa mia, ma credimi io non ho nessuna voglia di ucciderti”. “Una soluzione c’è. Io lascio tutte e dieci le mie impronte sulle tue spalle, e tu vai dietro alla capanna, ti affacci sul dirupo, e ti butti giù. Così la Bibbia è salva. Abele ci pensò su tre giorni. Vuotando nel frattempo la cantina di Caino, il quale cominciò a pentirsi di non averlo ucciso con le proprie mani. All’alba del quarto giorno, Abele, combattuto tra il suicidarsi, e il dover portare i vuoti al cassonetto della raccolta differenziata (a circa duemila anni di distanza), optò per la prima soluzione. Si buttò, con un sorriso serafico sul volto, pensando che se Caino voleva perpetuare la specie, gli sarebbe toccata una bell’accusa d’incesto. Questo, piccolo Cristo, è solo l’inizio, figurati come le cose sono continuate. So che tu ne sai qualcosa. Ti avevano detto: “Sì, tu chiacchiera, predica, che poi vediamo”, e sei finito inchiodato su una croce, e i chiodi erano veri, lunghi e arrugginiti. Capisco che Tu non abbia molta voglia di tornare. Condivido i tuoi timori, ma non puoi lasciarci così soli. Tu hai sofferto qualche giorno, ma noi qui, su questa terra (per inciso, che cavolo d’architetto di pianeti ha scelto tuo Padre?) soffriamo tutti i santi giorni. La maggior parte della popolazione, gli ultimi, i reietti, i poveri, sono crocefissi metaforicamente ogni ora, per molte ore, per molti giorni, a volte per molti anni.

Tra poco sarà Natale, è vorrei farti una richiesta (non ti chiedo di far cessare la guerra in Palestina, ci sono cose che neanche gli dei possono fermare), fai un altro bel miracolo, attivati per far scomparire tutti i politici dalla faccia della terra. Se così sarà, grazie, se no, dimmi almeno chi ti ha dato la mazzetta.
Scusa, stavo scherzando. È, che sono talmente amareggiato e disgustato da questa marea di onorevoli e deputati, sottosegretari e portaborse, che non so più cosa sto scrivendo. Mi scuso anche per la battuta sull’architetto cosmico. Tremila anni fa questo mondo non era male, poca gente, i dromedari arrivavano in orario, e se facevi un respiro profondo, inalavi tanto di quell’ossigeno
da ubriacarsi. Ora non è più così, purtroppo. Per Natale ho deciso di regalare a mio figlio uno di quegli zainetti che vanno di moda adesso, con la bombola dell’ossigeno e il boccaglio incorporati. Non c’è la fa a trattenere il respiro per tutti i settecento metri che separano casa nostra dalla fermata dell’autobus pressurizzato. Anche le calotte polari non sono messe bene. Si stanno sciogliendo ad una velocità esponenziale, se continuano così, non hai neanche bisogno di mandare un secondo diluvio per risciacquare tutto questo lerciume, ci arrangiamo da soli.
Di una cosa ti sarei grato, se a tuo Padre ritorna la vecchia idea dell’arca, è meglio che nomini capitano uno scimpanzé, che si dimentichi degli uomini, altrimenti tra due o tremila anni siamo daccapo. Sarebbe una buona soluzione, perché, anche la trovata da parte sua, di aprire un’ambasciata sul pianeta Terra, non è che sia piaciuta molto, o che abbia giovato alla vostra causa.

C’è un “tipo” lì al Vaticano, tutto vestito di bianco, che predica la carità indossando scarpette rosse di Prada da un migliaio di euro. Per non parlare del loro museo, al cui interno, non c’è la ricostruzione della capanna di Betlemme, con il fieno, il bue, l’asinello, Giuseppe il falegname, e tua madre con le labbra blu dal freddo che cerca di scaldarti stringendoti al seno. Lì dentro ci sono tanti di quei tesori che basterebbero a sfamare tutti i poveri del mondo per parecchio tempo. E che dire dei vescovi americani? Tuo Padre non deve tirare loro le orecchie, gliele deve strappare, e non solo quelle. Hanno interpretato a modo loro la tua frase: “Lasciate che i pargoli vengano a me”, al punto che metà delle elemosine raccolte nelle chiese statunitensi, a malapena sono bastate a pagare le parcelle degli avvocati che li hanno difesi dall’accusa di pedofilia. Senza il provvidenziale intervento del nuovo papa, sarebbero finiti in galera, e ti garantisco che dopo il “trattamento” che in carcere riservano a certi individui, l’Inferno sarebbe parso loro il Paradiso. Forse sto solo sognando, se è così approfitto per esprimere un ulteriore desiderio, per consegnarti un’altra preghiera. Alcune decine di anni fa, tuo Padre o chi per Lui, ha scaraventato all’Inferno uno dei miei maestri, un poeta, tale Jacques Prévert. Un ateo, un anarchico, uno che apparentemente teneva in poca considerazione tuo Padre. Ma come scriveva uno dei “vostri”, un certo padre Sulivan: “Certi ribelli, sono i figli più attaccati alla famiglia. Il loro sovente è un amore deluso. Se sono ribelli, può darsi che qualcuno li abbia feriti. Se sono ribelli, e forse perché sono fedeli a valori dimenticati”. Tra l’altro, Lucifero ha un “angelo per capello”, proprio a causa del vecchio Jacques. Lo ha messo a pulire i cessi (come voleva tuo Padre) per umiliarlo ulteriormente, e lui sta “impestando” le toilettes col fumo delle sue 43 Gauloises giornaliere, e non solo. Ha trascritto tutte le sue poesie sui rotoli della carta igienica, e gli assassini, i truffatori, gli stupratori, i pedofili, perfino i politici, escono dai bagni versando fiumi di lacrime. Immagina quello che si chiama il “resto”. Le fornaci si stanno spegnendo e Belzebù minaccia di rimandare sulla terra tutta quella presunta feccia. Per non parlare dei cinque o seimila diavoli che rischiano di rimanere disoccupati. È vero che giù al Sud un posto per i senza lavoro si trova sempre, ma prova a pensare cosa significa affiancare alle migliaia di forestali della Calabria, esseri che il fuoco sono abituati ad appiccicarlo da sempre, gli tocca di lavorare, andrebbero in confusione. Ti prego, tiralo fuori da là sotto, regalagli un computer completo di stampante e di almeno diciottomila risme di carta. Un poeta come lui dovrebbe poter vivere e scrivere per sempre. Magari non c’è la fatta a diventare un uomo d’amore e di pace come Te, ma quantomeno ci ha provato. Dagliene atto, e leggi con occhi diversi dai nostri la poesia che segue.

NATALE 2006: ASPETTANDO LA MESSA DI MEZZANOTTE


Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!» Ed egli negò davanti a tutti: «Non capisco che cosa tu voglia dire». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo giurando: «Non conosco quell’uomo». Dopo un poco, i presenti gli si accostarono e dissero a Pietro: «Certo anche tu sei di quelli: la tua parlata ti tradisce!» Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!» E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: «Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte». E, uscito all’aperto, pianse amaramente.

Matteo 26, 69-75



Povero Pietro, da allora non si dà pace.
Solo poche ore prima aveva inveito contro quell’altro che, dopo aver inzuppato il pane nel piatto e bevuto il vino dal calice del maestro, era andato a chiamare i gendarmi romani per farlo arrestare… E adesso, eccolo lì accanto ad un fuoco improvvisato, perso e solo, giurare e spergiurare ad una misera serva di non essere uno dei suoi, di non c’entrarci nulla col Nazareno. Di lì a poco, il maestro sarebbe stato giustiziato e lui non gli avrebbe più parlato.
Chi lo sa? Forse il Signore li aveva scelti proprio per questo, lui e Giuda, così diversi e così simili, umani tra gli umani, umani troppo umani… e quel maledetto, o benedetto, gallo era lì a ricordarglielo.
Sono passati quasi duemila anni. Ora Pietro, chiamato in cielo, se ne sta lì ad invecchiare con le chiavi in mano sul portone, aspettando di poter accompagnare qualche fedele dal Padrone di casa, nella speranza di riuscire un giorno ad incrociarlo, almeno per un attimo, così da spiegarsi, chiedere scusa, giustificarsi in qualche modo per aver avuto paura quella notte in cui si era sentito solo…

Walter (Garrett)





STORIA DEL SECONDO AVVENTO DI GESÙ


E sta scendendo. Arriva appeso a un ombrello aperto. Un vento inatteso lo fa fluttuare per un bel po’ sulla folla. Aggrappato con entrambe le mani all’ombrello, il figlio di Dio non può evitare che il vento gli sollevi la tunica e scopra le sue umane nudità.
Per colpa del vento cade nella fontana. I devoti, muti di fronte al miracolo, lo vedono emergere dalle acque tra gli angioletti di marmo.
Gesù si scuote come un cane bagnato.
Batepapo, che veste abiti da profeta, applaude. Una tirata di coda e il leone ruggisce. Ma la gente assiste tranquilla allo spettacolo. Tranquilla e in silenzio.

Nella piazza, santuario delle apparizioni, i poveri vogliono essere ricchi,
e i ricchi vogliono essere pochi,
i negri vogliono essere bianchi
e i bianchi vogliono essere eterni,
i bambini vogliono essere grandi
e i grandi vogliono essere bambini,
i celibi vogliono sposarsi
e gli sposati vogliono diventare vedovi.
«Abitati abitanti!» proclama Gesù. «Ieri dirò quello che dico! Voi siamo pazzi!»
Tutti contemplano, con gli occhi strabuzzati per lo stupore, quel cencio gocciolante che agita i suoi lunghi arti o braccia di mulino schizzando acqua e facendo domande bizzarre:
«Guardare il cielo, vi darà il Paradiso o vi darà il torcicollo? Dov’è il regno, se non nell’esilio che lo cerca?»
Batepapo applaude, senza voglia e senza eco, e fa ruggire il leone. Il figlio di Dio si volta verso la fiera, che è rimasta con la bocca aperta, e indicandola si rivolge a tutti come se fossero uno solo:
«Se la bestia ti attacca, che farai? Pregherai? Ti rassegnerai a che si compia la volontà di Dio? Oppure ti arrampicherai su un albero? Al papà mio non piace che lo usino come alibi per la vigliaccheria o per la stupidità.»
Il leone lo guarda, lo studia. Nella folla sorgono dicerie ostili.
«Costui non è» mormora una signora, guardando in malo modo il cencioso messia incinta di birra. «Io Gesù l’ho visto alla tele ed era uguale a Burt Lancaster.»
«L’esilio è in voi, e il regno pure!» insiste l’inviato del Signore, ma i mormorii crescono e si odono già le prime grida:
«Sangue! Dimostri di essere Dio! Gli sgorghi il sangue dal costato!»
Impassibile, Gesù continua:
«L’occhio che non si vede è l’occhio che vede.»
«Io non vedo niente» bisbiglia la signora Poca, che si è lasciata irretire in questa gazzarra mentre camminava, a tastoni, verso il suo osservatorio del caffè.
Pigiati dalla folla, i venditori si aprono il passo a gomitate e annunciano gridando le loro mercanzie, arachidi, arachidiiiii, si vendono arachidi, frittelle belle calde, geeeelati, mentre la diffidenza diventa rabbia contro questo redentore panciuto che, come ornamento, mostra solo un bernoccolo sulla calva testa e che non regala né schegge della santa croce, né spine della corona, né niente. Un bombardamento di grida:
«Sangue! Sangue!»
«Vada a farsi fottere!»
«Impostore!»
«Restituiteci i soldi!»
Proprio allora una discussione si accende in mezzo alla folla e, per un istante, distrae l’impeto della collera: c’è chi sostiene che il vero Gesù fu ucciso dagli italiani e altri assicurano che furono gli ebrei. C’è chi giura che resuscitò il Sabato della Gloria e altri sostengono che ciò accadde la domenica alle dieci in punto del mattino.
Gesù approfitta dell’effimera tregua e se la svigna dalla ressa.

È in piedi, ritto sulle rocce, di fronte al mare che lo bagna con la sua spuma. Su una spalla riposa un gabbiano. Mi avvicino da dietro. Lui non si muove e il gabbiano nemmeno. Poi, si siede su una roccia e affonda la testa fra le ginocchia. Mi sembra che si lamenti:
«Loro mi odiano perché credono di dovermi dei favori.»
Mi siedo al suo fianco. Lui solleva il viso controvento.
«Non si impara mai la lezione» dice, senza guardarmi. «Papà mi aveva proibito di tornare.»
Si gratta la barba sfilacciata:
«Lui non li vuole perché sono quasi buoni. Il Diavolo nemmeno perché sono quasi cattivi.»
Gesù assomiglia talmente tanto al mio amico perduto, il domatore di pulci, che quasi gli dico:
«Dudù.»
E penso che il mio Paese è davvero piccolo come un fazzoletto, un fazzoletto piegato. Ma lui mi guarda, e le sue pupille riflettono un paesaggio che non è di questo mondo, barlumi di un luogo senza limiti che neppure il sole conosce.
«Presto compirò trentatré anni» dice.
Il gabbiano addormentato inizia a volare, si perde nel cielo.
«Mi ascolteranno quando sarò morto» dice. «Qui, sulla terra, è così.»
Raccoglie una manciata di sabbia, la lascia cadere poco a poco.

Ritorniamo nella piazza. Ci sono poche persone, ognuna presa nell’andirivieni delle sue faccende, ma nessuno ci presta la minima attenzione. «Volevano che mi gettassi senza l’ombrello» sospira Gesù, di fronte alla fontana. «Frittata di Dio.»
E tristemente sorride per la foto. Posiamo insieme, sotto una palma. Il fotografo, incappucciato nella sua camera oscura, tira la cordicella dello scatto. Poi, compie alcune misteriose operazioni nell’oscurità, estrae il negativo, lo secca all’aria e rimette la testa nel cappuccio.

Quando la foto emerge dalla bacinella dell’acqua e giunge finalmente nelle mie mani, scopro di essere da solo. Nessuno compare al mio fianco in quella foto. Nessuno, eccetto la palma, naturalmente.


Eduardo Galeano
Tratto da “Parole in cammino”





Luccicante il Natale. Alberi meravigliosi, luminarie mirabolanti, presepi perfetti. Ma da duemila anni l’assoluto silenzio, nemmeno un cenno, nemmeno un alito di speranza. Gesù Cristo ridammi il senso ormai smarrito, non puoi abbandonarci così, noi servi inutili, noi nuovamente sconfitti nel ricordo della tua venuta. Che vi posso augurare se non la speranza di essere almeno, questo miserabile resto di vinti, di soli, di stanchi, di pazzi, di moribondi, di disperati, di sconfitti, di orfani abbandonati dal nostro stesso Dio? … Natale, non riesco a mettere l’aggettivo … non ci riesco, scusatemi.

Franco
(Billy il ragazzo)








Come nebbia di notte


Come nebbia di notte
Ecco l’ora della miseria
Paracleto
Interprete di sciagura

L’artista nero
Colpito fuori da un locale notturno
Il bimbo corroso dall’acido
Venefico sacrificio
E vetro in frantumi
In attesa dietro l’angolo

Le guardie mi mostrano
La dinamica del delitto
Anatomia di un martirio

Dall’altra parte
Della strada trafficata
Avanzano gravide
Imbrattate di sangue
Le invasate attiviste
Lega antiabortista
Concordanza di giudizio
Fanatica frenesia

E la dolce sorella
Culla il suo fiore
Immacolato
Fra colonne di fumo
E placidi fiumi

Rosa incorrotta
Sfugge al peccato
Né vi sarà morte
Torna ora Cristo

Franco Lonati




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